Granfondo Giro d’Italia Cividale del Friuli: quando una gara ti cambia la vita

Ci sono gare – incredibile ma vero – che quando meno te lo aspetti ti cambiano la vita. Gare arrivate così, un po’ per caso, all’ultimo momento.

Di quelle che ti porterai per lungo tempo nella testa e nelle gambe. Non mi era mai capitato prima di provare certe emozioni, di fermarmi a pensare – nonostante stessi pedalando – a certi particolari, certi dettagli.

L’occasione è arrivata con la Granfondo Giro d’Italia Cividale del Friuli, alla quale ho partecipato grazie a Europ Assistance con il gruppo #CorriCon

Due percorsi, un medio da circa 85 km e un lungo da 140. L’idea, dopo la Granfondo Gimondi era quella di provare ad allungare un po’ oggi. Ma non c’è stata partita.

Qui le salite sono toste, si va letteralmente in montagna, con pendenze che arrivano tranquillamente all’11%.

Tre salite davvero impegnative, muri che non avevo mai affrontato prima, falsipiani tagliagambe e una partenza a fuoco.

Infatti per motivi organizzativo-fotografici (una troupe ci ha seguito per buona parte del percorso) parto in prima fila, al fianco di chi queste montagne se le mangia a colazione.

E il ritmo è subito sostenuto, i primi 20 km volano, ma mi rendo conto che sto tirando troppo, i saliscendi si susseguono e siamo intorno ai 38 km/h di media.

E poi loro, le (malefiche) salite. Qui gli strappi sono tosti, ci sono persone che sono scese dalla bici a metà salita e l’hanno accompagnata a mano. Ho visto altri non avere più la forza di pedalare e cadere praticamente da fermi.

Cerco di farmi forza, in piedi sui pedali. Mi passa un signore sulla sessantina. Mi dice, con calma: “siediti, respira, rallenta le pedalate, non alzarti sui pedali”. Lo ascolto e continuo imperterrito, senza mai fermarmi, senza mai scendere dalla bici.

Salgo, salgo e continuo a salire. Alzo la testa e vedo un cuore rosa tra gli alberi. Non resisto, devo fargli una foto, nonostante la fatica. Non è lì per caso, mi sta dicendo di mettercela tutta, di non mollare.

E poi finalmente la discesa. Come faccio di solito mollo i freni e mi butto a capofitto. Ma non conosco la strada e scendere a 70 km/h non è una buona idea.

Improvvisamente arriva una doppia curva e mi vedo già catapultato nella scarpata di fronte a me. Freno e la bici sbanda, frazioni di secondo, lascio il freno posteriore e uso solo quello davanti, poi ancora entrambi. Funziona.

Ma le gambe riposano (troppo) poco. Si ricomincia a salire. Non sono certo uno scalatore e dopo diversi km di saliscendi mi chiedo perché io stia facendo una cosa del genere.

Che è un po’ come chiedersi perché gli egiziani abbiano costruito le piramidi o perché in questi boschi esista una strada. Il desiderio di superarsi dell’uomo è difficile da spiegare a parole.

Certe cose le scopri e le capisci solo quando arrivi al traguardo e ti guardi indietro.

Arrivi, ti giri, guardi le montagne che hai scalato e pensi “cazzo io ero lì , io ero lì con la mia bici”.

La strada che hai percorso non è fatta di solo asfalto. La strada che hai percorso, quella vera, è quella dentro di te.

1.800m di dislivello su 80 km, salite spaccagambe, tentativo di finire in una scarpata fortunatamente fallito. La cosa più difficile che io abbia mai fatto.

Ma ho superato me stesso, e sono felice, come un bambino.

 

 

 

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