STORIES: Francesco Vigato racconta la sua Maratona “Sant’ Antonio” 2014

27 Aprile 2014

Ore 5.00 La sveglia suona, il giorno è giunto, la mattina del mio D Day è ormai arrivata.

E’ l’ora della tigre, realizzo che oggi tenterò di portare a termine la mia prima maratona, 42km e 195 metri carichi di mille e più significati.

Stranamente non sono teso né preoccupato, le telefonate del giorno prima col coach (che oggi tenterà di scendere sotto le 3h in maratona a distanza di 15 giorni dal precedente tentativo di Vienna) e quella avuta con Nicola hanno avuto l’effetto di farmi mantenere la calma.

Ero molto più teso nei primi giorni della settimana, le mie paure oggi sono lì relegate in un angolo, non sono state sconfitte, ma sono state messe a tacere, il lavoro che ha fatto a livello psicologico il coach è stato egregio, mi ha convinto che per 15 settimane ho lavorato sempre bene, cercando il più possibile di seguire la tabella, gli allenamenti più importanti sono stati fatti, la CRISI, la famosa crisi è venuta a trovarmi durante l’ultimo lungo, accorciato a 30 km dai 35 previsti inizialmente perché a causa di un focolaio di bronchite è stato spostato di circa 10 giorni, a soli 2 di distanza dalla maratonina dei Dogi corsa seguendo la tabella spaccando il secondo. Per cui sapevo cosa mi sarebbe potuto succedere qualora gli autosabotatori avessero avuto il sopravvento su di me, sulla mia lucidità mentale, sulla capacità di saper gestire il fatto di stare sulle gambe per oltre 3 ore e mezza.

La telefonata con Nicola ha messo un po’ di chiarezza riguardo la preparazione oltre la corsa, “Ho mangiato bene? Mi sono idratato a dovere?”

E riguardo la strategia di gara “Senti partiamo a tot, arriviamo alla mezza e abbiamo già una proiezione riguardo al tempo in cui chiudiamo, tentiamo di allungare dal 30° che se ne abbiamo facciamo il colpaccio, altrimenti se vediamo che non ce n’è ci gestiamo.

Ripenso a tutto ciò, a casa i miei dormono, mi spiace non averli ad attendermi all’ arrivo oggi, ma Ale ha Matilde ammalata, oltretutto prevedono brutto tempo, ed è meglio che nessuno rischi di ammalarsi in questo periodo così carico di impegni.

La moka intanto finisce di farmi il caffè. Lo prendo, ci metto un po’ di fruttosio, prendo le fette biscottate integrali, 4 le mangio con il miele,ed una gelatina Pre, (che schifo, però aiuta, non mi ha mai tradito, non vado a cambiare oggi) prendo un cucchiaino di crema da spalmare alla nocciola (non quella internazionalmente conosciuta, una biologica prodotta qui in Veneto) e lo assaporo come se fosse la prima volta nella mia vita che la assaggio, quel sapore mi rapisce sempre…

Mi vesto, calzoncini, calzini, Booster (chissà se funzioneranno), maglietta dei Red Snakes usata quest’anno per quasi tutte le gare con già il pettorale “calamitato”, poi la tuta e le scarpe.

Controllo di aver messo tutto nel borsone e parto, sono circa le 5.45.

Decido che visto l’orario posso risparmiarmi di andare per l’autostrada e prendo la Statale, in giro trovo solo altri matti come me, ciclisti impegnati in una gara di MTB sui colli Euganei e altri runners che si stanno spostando verso Padova per partecipare alla maratona o alla mezza.

Arrivo al parcheggio dello stadio Euganeo e realizzo di essere arrivato presto, forse troppo, ci sono altre 4 macchine…

Mando un sms al coach il quale mi chiede se ho dormito allo stadio visto l’orario, mi dice anche che farà di tutto per arrivare al più presto.

Alle 6.45 è lì con me, gli passo un paio di bustine di aminoacidi e poi gli faccio vedere quali carboidrati ho con me, se li sceglie e “mi frega” il Volata, poco male, io ho gli enervitene, prendo su quelli. Partiamo alle 7.15 e arriviamo in partenza, ci mangiamo la 2^ gelatina, un pochino di massigen e labocaina per i muscoli e per prevenire gli sfregamenti, depositiamo le borse es iniziamo il riscaldamento ripassando la strategia per la gara.

Ecco che mentre ci sitamo scaldando troviamo Nicola, intanto avevo incrociato anche la moglie di Lance (un mio compagno di squadra in Virtus) e penso, deve esserci anche lui, infatti lo saluterò al mio ingresso in gabbia.

Nicola conosce il mio coach, finiamo di scaldarci, bisognini espletati come da rito e poi ecco, entriamo ognuno nelle rispettive gabbie.

Pettorale n° 2001 (Odissea nello spazio), sono nella gabbia dei superiori alle 4h, d’altronde siamo all’ esordio in gara su questa distanza, non abbiamo riferimenti.

Ore 8.45 partenza, l’adrenalina inizia a dare la prima scarica, io e Nicola ci guardiamo e ci auguriamo in bocca al lupo.

I primi km passano tranquillamente, si accelera un pochino, si sorpassano corridori più lenti di noi, troviamo un ragazzo che senza un braccio e seduto su una sedia a rotelle ha deciso di compiere l’impresa, troviamo il famosissimo retrorunner, finchè verso il 5° km riusciamo a regolarizzare per bene il passo e a trovare il nostro buchetto dove non rischiamo di pestare i piedi a nessuno né di farceli pestare a nostra volta.

Siamo pressoché in tabella, 5.05/km, prendiamo un po’ d’acqua e di sali minerali (io) e continuiamo, tutti ci hanno detto che dobbiamo mantenerci idratati, arriviamo a Camposampiero e siamo accolti dagli atleti della mezza che partiranno da lì a poco come dal pubblico tutti ad incitarci, c’è chi si saluta,alcuni membri delle squadre partecipano alla mezza, altri alla maratona, i bimbi ci danno il 5 e questo ci infonde una carica incredibile, infatti acceleriamo un pochino, arriviamo al 10° ma siamo in leggerissimo ritardo, ma niente di che ci diciamo, abbiamo 32 km per recuperare quella manciata di secondi, I palloncini delle 3h30 sono sempre lì ad 2-3 minuti di distanza, continuiamo a vederli.

La breve salita del ponte a Camposampiero ci fa capire come dovremo affrontare le altre 2 presenti in gara, quella di Cadoneghe, poco più che un dolce declivio e quella che io definisco come “Muro del Pianto” ovvero il cavalcavia Borgomagno al 40°,

Continuiamo tranquilli, troviamo un runner toscano che ci racconta come è dura allenarsi dove non c’è un minimo di pianura, scherzosamente gli chiediamo se vuole venirsi ad allenare nella “Piscina Padana” d’estate, lui declina leggermente l’invito, ci saluta e se ne va… Pubblico ce n’è un po’ pochino in questo tratto di gara, siamo nel bel mezzo del graticolato romano, tra i comuni di San Giorgio delle Pertiche, Massanzago, Borgoricco, ogni tanto troviamo qualche capannello di tifosi ad incitarci alle rotonde, qualcuno dal cortile di casa che saluta e ringrazia (a dir la verità dovremmo essere noi a ringraziare loro) una ragazza dai capelli rossi ci guarda dalla finestra della sua camera con la musica a palla, io e Nicola continuiamo a correre chiacchierando un po’ del più e del meno e confrontandoci ancora riguardo la preparazione che abbiamo seguito, dicendoci e sostenendoci a vicenda ricordando la vitaccia che abbiamo fatto nei 4 mesi precedenti per preparare la nostra prima gara. Ogni tanto il mio pensiero va al coach, chissà come sarà messo, scoppierà a livello fisico? Stupirà tutti arrivando sotto le 3 ore? Mah…

Arriviamo alla mezza con Nicola che per poco non si soffoca a causa di un biscotto (Vuoi un gel, ne ho in quantità, altrimenti ti passo una tab) ma lui preferisce mangiare qualcosa, io mi prendo la classica acqua we i sali minerali, passiamo in 1h48’38” ma il garmin dice qualcosa meno.

Perfetto, ci facciamo 2 conti e ci diciamo che tutto sommato siamo in proiezione 3h35, quello che l coach si aspettava da me e quello che entrambi, tutto sommato ci aspettiamo da noi stessi, ovvero iniziamo a crederci, le gambe ci sono, la testa tiene, il cuore è ok e fiato ne abbiamo da vendere e soprattutto, anche se più lontani continuiamo a vedere i palloncini azzurri, il nostro faro.

Tutto benissimo fino al 23° km dove veniamo travolti da un temporale che ci ricorda tantissimo la tempesta che abbiamo dovuto affrontare lo scorso anno a Jesolo.

30” e siamo fradici, acqua ovunque, per fortuna piove, forte, ma senza vento, diamo un occhio al passo, è sceso di 20”/km, se non smette e riusciamo a liberarci di tutta l’acqua che ci stiamo portando dietro dovremo accontentarci di andare attorno alle 3h40.

Purtroppo niente da fare, le scarpe sono zuppe, i passi si fanno più pesanti, la rullata inizia ad essere difficoltosa, le mie solette si spostano un po’ rendendo meno gradevole la corsa, le gambe si raffreddano e il passo continua ad essere lì piantato tra i 5’15” e i 5,25”. Ci facciamo coraggio e teniamo alto il nostro morale, intanto la pioggia ha fatto calare anche l’ultimo freno inibitore, almeno a me e inizio a confidarmi con Nicola riguardo ciò che mi ha spinto ad iniziare a correre e a voler portare a casa la gara a tutti i costi, lui fa altrettanto con me raccontandomi di cosa gli ha fatto cambiare prospettiva da cui guardare la vita, insomma entrambi vogliamo sentirci vivi e vogliamo gustarci questa esperienza, questo viaggio… Arriva lo spugnaggio, questa volta secco e cerchiamo per quanto ci è possibile di asciugarci, tentiamo qualche breve allungo per cercare la variazione di ritmo ma niente da fare, siamo impantanati a quel ritmo ormai, le gambe iniziano a dare i primi segnali di rigidità, i quadricipiti all’ altezza delle ginocchia iniziano ad essere duri e leggermente dolenti se ci premo sopra. Nicola non ancora ma sembra inizi ad avvertire qualche fastidio anche lui.

Arriviamo al Campodarsego, entriamo nella fiumana umana della mezza maratona, non si capisce più niente, i pettorali della maratona ora sono molti meno perché più diluiti ma io e Nicola continuiamo a stare uniti e a gestire la gara.

Chiediamo da quanto son partiti e se hanno incontrato il temporale e ci rispondono di si, subito dopo la partenza e che erano partiti da circa 45 minuti, noi 2 eravamo sulle gambe da 2h30… Prima del 30° Nicola accetta un gel (era ora! Non voglio averti sulla coscienza perché ti soffochi con i biscotti!), io prendo un tab del the che mi finisce per metà addosso e mi facci passare un po’ d’acqua per sciacquare la bocca e pure le gambe che sono tutte un taccone a causa dello zucchero del the.

Continuiamo ma poco dopo io inizio ad avere le prime avvisaglie di crampi, trovo un marciapiede e vado a stirare un pochino la parte posteriore delle gambe, Nicola rallenta, mi fa “Ti aspetto più avanti, tanto devo iniziare a rallentare anche io” gli rispondo “Ok, tanto guarda in Prato della Valle ci arriveremo!”

Riparto, il pubblico scarseggia un pochino, la strada del santo non offre grandi spazi per chi vuole assistere e il tempo non aiuta, ciò che un po’ mi fa sorridere è vedere gente che dopo 6-7 km (quelli della mezza) son lì a magiare gel come se fossero in crisi ipoglicemica, le gambe sembrano più leggere, vanno ora ma dopo poco la mera illusione termina, torno a piantarmi ad un ritmo a cui non ero più abituato da molto tempo, ovvero attorno ai 5,25 – 5.30/km.

A Cadoneghe mi devo fermare ancora, ora iniziano veramente i crampi, tento di tirare il quadricipite ed ecco che parte un crampo al bicipite e agli adduttori, un volontario della protezione civile attraversa la strada e mi chiede se va tutto bene, “si” gli rispondo, “ho solo qualche crampo ma sto bene, tra pochissimo riparto”, lo ringrazio e se ne torna alla sua postazione. “Merda” penso, “resistete qualche altro km dai, ormai è fatta!”

Nicola intanto è avanti, mi aveva detto che lo avrei recuperato al ristoro del 35° , infatti lui si ferma, io prendo qualcosa al volo e continuo, non so per quanto ne avrò, meglio sfruttare lo stato di grazia datomi dalla testa più che dalle gambe lui mi fa un ok con il braccio sollevato e io continuo. Dopo pochissimo ripartono i fastidi, devo camminare un pochino, Nicola intanto sta arrivando, corricchia, è scomposto pure lui, mi dice che inizia ad aver male che dovrà alternare corsa a camminata perché orami è alla frutta. Entriamo a Padova, iniziamo a correre sulla sede della rotaia del tram, cemento, ogni passo è una stilettata, mi defilo e resto tutto sulla dx, passiamo davanti lo stadio Colbachini, mi rendo conto di come le etnie cambino in quel quartiere che è un po’ il meltin pot di Padova, ovvero l’Arcella, dopo poco devo camminare ancora per qualche metro, mi resta l’ultimo gel, quello con la caffeina, me lo bevo come non ci fosse un domani e tento di ripartire, Ci sorpassano i palloncini delle 3h45’ ci diciamo, “Almeno con loro. Se ne abbiamo cerchiamo di arrivare davanti a loro” e ricominciamo a correre, assieme a loro ci sono i verdi Run Ran Run che stanno praticamente facendo festa, Giacomo in bici con una GoPro li filma tutti, scherzano, tengono il morale alto a chi si è accodato a loro, sembra stiano facendo da pacer “Abusivi” ai concorrenti della mezza.

“Che bel gruppo che sono” penso tra me e me, peccato non siano Fidal, altrimenti un pensierino a tesserarmi con loro l’avrei fatto, ma poi ringrazio i miei compagni di squadra Virtus e mi dico “Sei stato accolto e ti sei tesserato in una tra le squadre di atletica più famose e blasonate del veneto, devi esserne fiero ed orgoglioso”.

Poco prima del famoso Muro del Pianto ovvero al 40° km io son costretto a camminare ancora per qualche metro, Nicola mi dice qualcosa, capisco che è il momento per lui di andare, lo incito a mettercela tutta per arrivare, lo saluto e gli dico “Vai Vai non preoccuparti per me, ci vediamo all’ arrivo”. Le gambe ormai sono due pezzi di legno, gonfie e dure, ma non mollo, la testa tiene, continuo a ripetermi passa sto cazzo di cavalcavia e poi sei praticamente arrivato e così è , torno a trotterellare, getto il cuore oltre l’ostacolo, “scalo una marcia” e inizio a sorpassare diversi atleti. I Run Ran Run son sempre lì, allegri e festosi e mi aiutano, e non poco a tenere la mente libera dagli autosabotatori e a mantenere il focus sull’ obiettivo finale, la conquista della medaglia e l’arrivo in Prato.

Gente chiede dov’è il ristoro, gli dico dopo il cavalcavia, 100 metri più avanti, ci arrivo, un alpino mi porge una bottiglietta d’acqua, lo ringrazio e ringrazio tutti gli alpini e i volontari, arriviamo a Ponte Molino e iniziano i sampietrini e il ciottolato, che dopo 40 e passa km non sono il massimo del comfort, stringiamo i denti, devo rallentare ancora prima di Piazza dei Signori, i crampi non mi stanno dando scampo ormai, altri runners mi chiedono se è tutto ok, rispondo con un pollice alzato e dico loro “crampi”, ma con un’ intonazione di voce che mi fa sentire sereno e presente, sto facendo LA STORIA, LA MIA STORIA.

Riparto, le piazze scorrono veloci sotto le mie scarpe, ultimo stop a causa di crampi ancora, un Run Ran Run mi chiede se è tutto ok, gli rispondo di si che ho solo dei gran crampi ai quadricipiti ma che non intendo mollare, lui mi incoraggia, loro rallentano per fare delle foto.

41°, arrivo in via del Santo e lì realizzo che l’impresa si sta per compiere, guardo il GPS segna 4.40/km, alzo gli occhi e mi si apre il cuore, sembra che debba iniziare un pianto sfrenato, invece scendono due lacrime e piangendo rido pure, dentro di me si sta scatenando una tempesta di emozioni, una gioia infinita che si sta manifestando in questo modo, Passo davanti al Santo e scatta un segno della croce, tra me e quel Santo c’è una promessa in corso e oggi me la ricordo, Via Rudena, inizio a ringraziare tutte le persone che mi hanno fatto diventare la persona che sono ora, ringrazio la vita che ho vissuto e che non rinnego per nessun motivo, grido qualcosa ad un anziano che vuole attraversare a tutti i costi e che per poco non travolgo, qualche altro runner credo mi sbraiti dietro che la strada è tanto larga e che c’è posto per tutti, ma io sono sfinito, non sono neanche tanto lucido per ragionare e lascio stare, l’importante è che sono ancora in corsa e che non ci siamo scontrati.

Giro l’angolo, ormai siamo praticamente al 42°, vedo il prato, l’arrivo, sento gli incitamenti, lo speaker che accoglie gli atleti.

Mi ricompongo, “ad un appuntamento con una bella donna si arriva in ordine” mi sono sempre detto, e mi tolgo il cappellino, lo tengo in mano, cerco di darmi un certo tono, cerco di tenere la testa alta,lo sguardo fiero, una falcata degna di un centometrista, per quanto dopo 42 km uno riesca a correre elegantemente, manca poco , alla mia sinistra sento un “Checco” di voci femminili, mi giro e vedo Martina e sua mamma che son lì ad aspettarmi, allargo le braccia, sorrido, riparto a piangere e subito dopo a ridere, cerco lo sprint finale, arrivo che il display segna 3h45’25”, ma come son sopra il tappetino fermo il 310, lui segna 3h44’44”.

E’ FATTA, sono un MARATONETA.

Resetto il Garmin, cammino qualche metro e ritrovo Nicola, alla fine è arrivato un minuto prima di me, ci abbracciamo come due fratelli, anche se non di sangue però oggi lo siamo, persone con due percorsi di vita differenti, che hanno superato prove che la vita gli ha presentato ma con un destino comune, quello di portare a casa la gara regina dell’ atletica.

L’ abbraccio è liberatorio, ci diciamo che alla fin fine qualcosa è scattato dentro di noi ed abbiamo dato sfogo alle ultime energie.

Ora ci prendiamo un sacco di nylon a testa e andiamo a prenderci la medaglia.

Ristoro, poi ci salutiamo definitivamente, io cerco di recuperare Martina e la trovo dietro le transenne vicino alla zona massaggi, le lascio il pettorale e va a prendermi la sacca.

Cambio la maglia, indosso quella celebrativa con tutti i ringraziamenti, lei manco si accorge della dedica all’ inizio, poi legge tutto.

Chiamo il coach e parliamo un po’, gli chiedo del tempo, mi chiede del mio.

Mi sostiene dicendo che nonostante tutto la gara è andata benissimo, ci diamo appuntamento dopo qualche minuto, io intanto ho fatto il massaggio, Martina mi attende al parcheggio, gli faccio leggere la maglia e credo sia un pochino orgoglioso del fatto che mi ha spronato, bacchettato, confortato e allenato per farmi raggiungere questo risultato.

Prendiamo la strada perla macchina, trovo Nicola, lo abbraccio e lo saluto, dandogli appuntamento a Jesolo… Là tenteremo il PB in mezza, siamo carichi e pronti.

SONO FRANCESCO VIGATO E DAL 27 APRILE SONO UN MARATONETA.

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