STORIES: Martina Cerra racconta la sua “Royal Parks Half Marathon”

Today is the day.  Oggi correrò la Royal Parks Half Marathon, che si dice sia la mezza maratona più bella del mondo; francamente sono molto scettica e quindi non vedo l’ora della partenza per vedere se si merita effettivamente questo appellativo così pesante. In ogni caso mi sento “privilegiata” ad esser qui oggi, mia mia mamma un anno fa mi aveva parlato di questa mezza maratona e mi era venuto lo sghiribizzo di farla, ignorando quanto fosse dispendiosa (devi correre per un’associazione benefica e promettere loro una cifra che va dai £300 ai £700), fino a quando un runner ben più informato e capace di me, non che il mio coach, mi aveva fatto notare che la Royal Parks Fondation aveva messo dei pettorali in palio e ci sarebbe stata una lotteria per decidere a chi assegnarli, e per candidarsi bastava dare il proprio indirizzo email; per farla breve un giorno apro la posta -mi ero anche dimenticata di questa lotteria- e trovo una mail della RPF che mi comunica che ho vinto (e per molti minuti ho pensato fosse spam tanto non ci credevo)!

Torniamo a oggi. Finisco di prepararmi, di allacciarmi le scarpe con il doppio nodo perché durante  ogni gara regolarmente mi si slacciano entrambe le scarpe, e, mentre compio questi gesti in modo quasi meccanico penso “oggi non si tratta di fare un PB, oggi ci siamo solo tu ed io”.

Mai gara è stata preparata con così tanta fatica, sia fisica che mentale. L’ultima cosa che mi disse mia nonna  è stata “quand’è che hai la gara a Londra? Mi raccomando, corri bene!”. Oggi ho una promessa da mantenere, come detto, oggi ci siamo solo tu ed io.

Arrivo a Hyde park, è pieno di runners, si sente già aria di gara. Faccio un breve riscaldamento godendomi il cartello “500 meters to go” immaginandomi tra un paio di ore nello stesso punto in dirittura d’arrivo.

Inizio a corricchiare per riscaldarmi, un paio di allunghi ed è giunto il momento: via la felpa, pronta in griglia per partire.

Ho paura, io ho sempre paura delle mezze maratone, la stessa paura di quando vieni interrogato, è l’interrogazione decisiva per non prendersi il debito e non hai studiato. Una volta mi han chiesto “ma perché le corri allora se ti fan paura?” senza manco pensarci, con una punta di ovvietà, ho risposto “perché che gusto c’è se no?”

La partenza è molto lenta, siamo in 16000, ma gli istanti prima di superare la linea dello start mi concedo un momento per pensare a quanto sono fortunata a trovarmi qui in questo preciso momento, penso agli amici infortunati (tra cui la mia mamma) e ad un’amica che mi ha detto una parola speciale e fondamentale  allo stesso tempo: “Divertiti.”

Ho cercato di pensare a divertirmi per tutte le tredici miglia, e soprattutto, nei momenti più duri, quella parola così semplice, per certi aspetti forse ovvia, è stata l’integratore di energie più potente che potessi assumere.

Si parte, parto carica come una molla, “I love it” delle Icona Pop nelle cuffie, canto a squarcia gola e non sento alcuno sforzo, sto bene, “oggi mi diverto” penso. Senza che me ne accorga siamo usciti da Hyde Park, superato Green Park, Buckingham Palace, St. James Park, sono arrivata al parlamento e sto costeggiando il Tamigi, due miglia son volate e non ci ho fatto neanche caso. Sto mantenendo il passo che voglio senza alcuna fatica -anzi, a dirla tutta, sto anche andando un poco più veloce -, non voglio esagerare, decido di calmarmi un attimo (più psicologicamente che altro) e penso a godermi questa corsa, a “divertirmi”, a guardarmi intorno. I marciapiedi son gremiti di persone che stan facendo il tifo, ho già visto questo clima alla Berlin Halbf Marathon, però è qualcosa che credo non smetterà mai di sorprendermi. Completo il terzo miglio – tra poco si torna indietro-  e mi rendo conto che tra questo tifo e quello di Berlino c’è una sottile-netta differenza, la folla è piena, pienissima, di gente in lacrime, all’inizio la cosa mi lascia sgomenta, poi falcata dopo falcata capisco: piangono di gioia, sono persone sulla sedia rotelle, persone malate – ma anche  persone sane- che grazie a questa mezza maratona hanno di nuovo una speranza. Come ho già detto prima, per partecipare alla RPHM, la maggior parte  dei runner ha dovuto devolvere una cifra importante a una delle associazioni benefiche (c’è quella per il cancro alle ossa, quella per la sclerosi, quella per i bambini ciechi, per la cirrosi, o il WWF e l’UNICEF e tante altre): tante cifre importanti insieme fanno una cifra molto importante, e grazie a questi soldi queste persone son tornate a sperare, credono si  possa trovare un modo per riuscire a sconfiggere il loro male. Tu corri e vedi proprio la gratitudine dipinta sul loro volto; quando lo realizzo, quasi quasi viene da piangere pure a me.

Supero l’Admiralty Arch, completo il quinto miglio -stiamo tornando indietro verso Hyde Park-  supero nuovamente Green Park, completo il sesto miglio e mi ritrovo dentro ad Hyde Park, sto per entrare sulla Serpentine Road, una via a cui,  per motivi casuali più che altro, sono molto affezionata: parte “Bonfire Heart” di James Blunt. L’ex soldato inglese canta “we don’t need that much, just someone that starts the spark in our bonfire hearts” ( “la gente come noi non ha bisogno di molto,
solo di qualcuno che accenda la scintilla nei nostri cuori di falò”),  incontro prima una bambina che mi porge delle caramelle per reintegrare gli zuccheri, poi mi si apre il sipario della Serpentine road: quattro file di persone sui due lati della carreggiata ad applaudire, in segno di riconoscimento e ammirazione al nostro passaggio, mi riviene da piangere (stupide endorfine!), tutti gli “spettatori” (scusate il virgolettato ma per una runner italiana suona proprio inusuale che ci sia no spettatori ad una manifestazione podistica) sembra proprio cerchino lo sguardo di ogni singolo runner e ci guardano come se  essi fossero lì solo ed esclusivamente per ognuno di noi, è qualcosa di  impossibile da riuscire a spiegare a parole.

Supero i 10km in 57′, mi aspettavo poco meglio ma non mi importa, mi voglio godere questa gara fino all’ultimo metro. Ora inizia la parte difficile, gli 11 km successivi: per quanto si possa ignorare (o forse son l’unica a non aver considerato questa variabile), son tutti in continua salita/discesa, e segano le gambe, inoltre  le strade diventano man mano più strette e quindi il tutto si rallenta inevitabilmente.

Completo il decimo miglio, siamo ai giardini italiani: crisi. Non ce la faccio, sono stanca, non ho nessuno amico Red Snake che, come in tutte le altre gare a cui ho preso parte, appare nel momento del bisogno a tirarmi, la bevanda energetica che c’è ai ristori lungo il percorso non mi ha fatto bene, sto male, rallento notevolmente, son al tempo stesso arrabbiata con me ma non trovo veramente le forze, rallento sempre di più, mi fermo. Vorrei buttarmi a terra e non rialzarmi mai più. Poi ripenso ai presupposti con cui son partita: gli amici, la fortuna che ho a esser qua, la promessa di far una bella gara, il “Divertiti” di Lianka… Si riparte.

Ho letto in un libro di Erri  De Luca che le grandi imprese si compiono quando si ha altro per la testa; io ora non riesco a pensare ad altro che i metri mancanti alla fine, non va bene.

Cerco di pensare ad altro, canto, penso a quello che avrei avuto da raccontare su Run Like Never Before, intanto sto pian piano correndo per tutto Kensington Gardens, arrivo alla fine del dodicesimo miglio.

È giunto il momento di accelerare. La tattica l’ho stabilita già questa mattina, una volta arrivata accanto all’Albert Monument, dove c’è il cartello degli 800 metri alla fine, sarà giunto il momento di accelerare per la volata finale. Piccolo particolare: gli ultimi 1,2 km  son tutti in salita, lunga, inesorabile, costante.

Arrivo al chilometro 19,9: l’inizio della salita. Vedo il cartello degli 800 metri, accelero cercando di rendere il tutto il più indolore possibile, corro come un ossesso alzando le ginocchia in modo da patire meno la salita, appena alzo lo sguardo noto che sono arrivata solo al famoso cartello degli 800 metri – tra me e il traguardo, oltre che 800 metri, c’è una strada carrabile che divide i Kensington Gardens da Hyde Park- scatto, ho tante emozioni dentro, non vedo l’ora di farle esplodere al traguardo, traguardo che cerco di non guardare perché lo vedo inesorabilmente lontano seppure ho già percorso 20,6 km. Rialzo lo sguardo, ho raggiunto la strada divisoria, mancano ancora 500 lunghissimi metri, accelero sempre di più la frequenza delle falcate, eppure è come se il cartello dei 400 metri fosse distante chilometri. Decido che non guarderò più i cartelli fino al traguardo, è veramente un’agonia.

Finalmente il traguardo, a poche falcate da me, lo raggiungo spegnendo all’unisono lo Sportwatch. E’ PB, son  migliorata di 2’30” rispetto a 6 mesi fa. E’ tanto? È poco? Non mi interessa, ora ci sono io che ho finito la mia terza mezza maratona, anzi, ho appena concluso la mezza maratona più bella del mondo.

Sono a pezzi, pochi passi dopo aver varcato la linea finale, due paramedici mi prendono di peso e mi fan sedere ed iniziano a versarmi dell’acqua su tutta la schiena e il collo, han paura io svenga (dai filmati del mio arrivo deduco che la loro paura fosse più che fondata); li convinco che sto bene, mi alzo e ritiro la mia medaglia, è a forma di foglia e fatta con un pezzo di quercia di Richmond Park (altro parco reale), è di legno e non ha nulla di più delle medaglie che ti danno a scuola natura alle elementari, ma io la trovo la medaglia più bella che io abbia mai visto, ed è mia.

Prima di ricongiungermi con mia madre mi prendo un momento tutto per me in quel turbinio di persone e sorrisi. Mi appoggio ad un albero guardandomi intorno e lasciando che la tempesta di emozioni dentro di me, esplosa al traguardo, si calmi, vedo la gente andare nelle tende delle rispettive fondazioni con un sorriso nuovo, non quello di un qualsiasi runner che ha finito una mezza, magari piazzandoci pure il pb, ma il sorriso di una persona che ha dato un aiuto concreto a qualcun altro. Penso alla fatica fisica e mentale che mi ha portato fin qui, al tifo, al percorso, alla gara, e mi viene il magone. Ora ho finalmente capito perché la chiamino la Mezza Maratona più bella del mondo: il percorso, la città, il clima, e soprattutto lo scopo finale.

Sono felice, e soprattutto mi sono divertita!

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