STORIES: Roberto Nava racconta la sua “Amsterdam Half Marathon”

L’avventura è giunta al termine. Scrivo queste righe sul bus che mi sta riportando a casa dopo tre giorni favolosi, passati in compagnia di amici “speciali” conosciuti sei (quasi sette) anni fa su internet grazie alla passione per la corsa. Non avevo mai partecipato ad una gara all’estero prima di settembre, e in poco più di un mese sono stato a Londra prima e Amsterdam ora.
Due gare diverse, due emozioni incredibili, con sapori insoliti e sensazioni nuove. Gli allenamenti delle settimane scorse non promettevano niente di buono. Poca costanza e totale assenza di uscite lunghe. Il mio obiettivo, dopo aver “dimezzato” la distanza, da maratona a mezza, era divertirmi e passare un weekend in compagnia. Ma domenica mattina è scattato il click, è scattata la passione, la voglia di fare bene, la voglia di superarsi, anche quando tutte le condizioni sono avverse e il tuo fisico non è al top. La mente può fare grandi cose, può spingere più forte delle gambe, che sono cedute intorno al diciannovesimo km, regalandomi però la soddisfazione di chiudere sotto l’ora e quaranta.
Organizzazione impeccabile, tutto è filato liscio, dal ritiro pettorale a spogliatoi, deposito borse, bagni, docce, ogni cosa pensata a misura di runner (ed eravamo davvero tanti).
Griglie divise per colore (con personal best da dichiarare al momento dell’iscrizione), la partenza è stata agevole, subito veloce, ho percorso i primi km con una media di 4’20″/km, un ritmo veloce, che ha sorpreso anche me, ma fiato e gambe reggevano, e ho continuato, rallentando un po’, fino ad arrivare al decimo km con un tempo di 45′. Appena passato il decimo ho pensato di poter chiudere la mezza sotto l’ora e trentacinque, ma al dodicesimo ho dovuto ricalcolare tutto, quando il pacer di 1h35′ mi ha lentamente superato.
Ho tenuto il ritmo cercando di stare al passo per qualche km ma la stanchezza iniziava a farsi sentire, le gambe un po’ più pesanti e la testa sempre meno concentrata. Al diciottesimo km vedo Nes e JK che tifano e urlano per me, fanno foto. Adrenalina pura, un’iniezione diretta, coraggio e forza liquidi, lo sguardo si riaccende, il sorriso e la grinta tornano in un battito di ciglia.
Ma la mente deve fare i conti con il corpo, le gambe sempre più pesanti, non voglio fermarmi, faccio gli ultimi due km a 4’50″/km, la nausea nell’ultimo km è forte ma la tengo sotto controllo, entro nell’olimpic stadium, la folla, il traguardo, la gioia, guardo il mio gps e ancora una volta il sorriso illumina il mio volto. Faccio gli ultimi 150 metri a fianco di un ragazzo che era nella mia stessa griglia e che ho superato, perso, e ripreso diverse volte nel corso della gara.
Fermo il cronometro. 1h37’23”.
Una delle gare più belle e incredibili che io abbia mai corso, bellissimo il clima, la gente, l’ospitalità, il meteo.
Ancora adesso, mentre scrivo, seduto su un bus, luci spente, buio, il mio volto, illuminato solo dallo schermo del telefono, rivela un sorriso di gioia e gratitudine, perché a volte la vita e la corsa regalano emozioni inaspettate. Non smettete mai di crederci, non smettete mai di correre.
E’ servita molta determinazione, la stessa che Powerade ha voluto trasmettere dandomi la possibilità di affrontare questa sfida senza paura. Ed è con la stessa passione, voglia di fare, determinazione e costanza di sempre che vi invito a ripetere il mio mantra nella testa: run, like never before.
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