STORIES: Samuele Maneschi racconta la sua “Maratona di Berlino”

i giorni precedenti la maratona sono stati giorni caldi, pieni di pensieri e parole (ma soprattutto pensieri). pensieri e speranze. pensieri sul cosa fare e come farlo. speranze sul farlo. sicchè li a vedere il percorso, a capire come affrontare la gara, a sperare di poterla finire e arrivare alla porta di brandeburgo che avremmo lasciato alle spalle alla partenza.
cosa mangiare? come partire? a che ora svegliarsi? come vestirsi?
tutte domande inutili. ma necessarie.
la mattina è partita alle 5 a.m..con un clima semi-rigido e pioggia insistente. prima cosa: colazione a base di pasta per portare a casa una dose massiccia di carboidrati.
ore 6.30 (slittate alle 6.45) ritrovo con @tizianoviviani per camminata verso la zona partenza.
ore 7.00 circa pausa meditativa negli spogliatoi coperti. cambiati e ascoltato musica a palla.
0re 8.15 consegna sacca
ore 8.20 in cammino verso la  zona di partenza: si cercava di ripararsi in tutti i modi dall’acqua e di restare più caldi possibile.
ore 8.30 in postazione. minuti interminabili di attesa di pensieri e di riflessioni cha a tutt’ora neanche ricordo. ricordo solo un senso di ansia. di adrenalina. di voglia di andare. di misurarsi.
ore 9.03 start dei top runner. sbaglio: ho tolto subito l’impermeabile=10 minuti sotto l’acqua battente. fermo.
ore 9.11 circa start gruppo F (il mio)
si parte. subito si blocca il nikeplus e mi tocca farlo ripartire. niente di che. si va. mentre percorro i primi chilometri non alzo neanche la testa, non voglio sapere quanti km ho fatto e a che ritmo, quasi a non voler interrompere l’incantesimo delle gambe che stavano andando bene da sole (non distrarle!).
man mano che i chilometri passano passa un pò di paura che fa strada all’impegno e alla cautela a non forzare troppo il ritmo. meglio arrivare in fondo.
i chilometri passano, si susseguono i rifornimenti e le segnalazioni dei display dei tempi. non ho più paura. non ho un attimo di esitazione. stranamente gestisco la gara in maniera molto fredda. non penso mai che non ce la farò, faccio solo il conto dei chilometri e cerco di riferirmi ai “miei percorsi” per razionalizzare le distanze.
e si va avanti.
fatico un pò mentalmente ad arrivare alla mezza maratona.
ma una volta fatto il giro di boa mi sento più libero.
ma il peggio deve ancora venire: non sono mai andato oltre i 35. quindi da 35 in poi per me è terreno inesplorato. non so come posso reagire nè mentalmente, nè fisicamente (dicono che la maratona inizia al km 32).
quindi: tengo, non forzo, non cerco di “sparare” ma mantengo un ritmo che sento sostenibile e che mi permette di stare con altri runner che, ormai, sono diventati compagni di questo viaggio.
intanto cominciamo a perdere pezzi (runners) per strada. ci sono diversi che si fermano, altri camminano. questo mi dispiace ma, contrariamente a quanto solito, mi da più forza e mi spinge a resistere e ad andare avanti.
la gente di berlino partecipa. eccome! ci sono tratti in cui si passa in mezzo ad ali di folla che incita, fa baccano….e quelli sono tratti che volano. senti le gambe andare da sole, la testa vola e senti addosso tutti i brividi del mondo. bello.
si va avanti, si beve e si mangia via via, roba buona rifocillante naturale o sintetica, ma che aiuta. tutto aiuta. anche un bambino che passando legge il mio nome e mi fa un grande sorriso con i pugni stretti e le braccia alzate: “SAMUELE! PUSH!”. un emozione bella indescrivibile: non sapeva neanche chi ero e da dove venissi ma è successo che era lì in quel momento, mi ha visto e ha voluto regalarmi questa emozione. neanche si renderà mai conto quanto grande. ed altri dopo di lui.
si spinge ancora. quando arrivo ai 30 provo un timore reverenziale: non ho mai messo le mie lunarglide oltre i 10 (e per ora hanno fatto il lavoro), ma non ho mai messo i miei piedi oltre i 35. quindi ho paura. aspetto. non forzo.
man mano che passano i km mi accorgo di essere sempre un pò più avanti. e ci sono. non ho più paura: punto dritto al colpo grosso: finire.
durante i chilometri c’era una cosa che mi era mancata: era dalle 8 circa che ero da solo. avevo vissuto tutte queste emozioni da solo. o meglio con l’aiuto di gente che incontravo per la prima volta. che mi aiutava certo, mi dava forza, spinta….ma mancava qualcosa. volevo vedere qualche pezzo di me che mi dava la spinta finale.
al km 40 (quasi) il desiderio diventa realtà: la corsa passava davanti all’albergo dove alloggiavamo. cerco. voglio incontrare lo sguardo che aspetto, passo i primi metri e niente, poi giro lo sguardo e quasi sbatto contro la mia crew. a quel punto mi sono diretto verso la fine con la consapevolezza che ce l’avrei fatta. che il mio obiettivo sarebbe stato centrato. di sicuro.
il percorso al 41esimo chilometro preciso svoltava sulla Unter den Linden. perfetto.
avevo un chilometro e 195 metri per “puntare” la porta di brandeburgo e cominciare a realizzare che stavo arrivando.
non so esattamente cosa mi sia passato in testa in quel momento. non credo neanche di aver corso: volavo. nei pensieri sicuramente. mi sono rivisto tutto dall’inizio di questa avventura. la porta si avvicinava e, quasi, ora volevo che questo chilometro non passasse mai. volevo cristallizzare quella emozione, o almeno viverla fino in fondo con calma per poterla riporre correttamente e ordinatamente nella libreria dei miei ricordi.
di solito negli utlimi metri non penso a niente e cerco di arrivare prima possibile. ora no. guardavo, mi guardavo intorno ma non vedevo: l’emozione mi cancellava la vista. vedevo l’arrivo, la gente, la musica, altri runner, la gente, l’arrivo, altri runner. a momenti salto il time-keeper dei 40 km. 4h17’38″ (18886esimo su 40700 e spiccioli).
avevo pensato tutto il tempo a come avrei reagito se fossi arrivato in fondo. le avevo pensate tutte. non questa: passo l’arrivo quasi impassibile (fuori), mi fermo lentamente, mi guardo intorno e vedo altri che si fermano e che non hanno reazioni, non so che fare… dove la metto tutta l’emozione? dove sparo la mia felicità? non so che fare. urlare? troppo. saltare? non ce la facevo. e allora? e allora mi è uscito un pianto dirotto come un bambino. non me ne vergogno. anzi ne sono fiero. ho pianto. ho pianto tanto e di gusto. come non avevo fatto da anni (per gioia).
il cielo era grigio sopra berlino ma la mia anima era scintillante e il mio cuore in festa.
ricevo la medaglia. bella. teutonica. incomprensibile. sognata.
mi danno un telo di nylon per ripararmi. e tutti incolonnati ci dirigiamo verso l’area spogliatoi.
tante persone davanti a me. tante persone dietro a me. tutti con questo abito uniforme. occhi felici. bocche chiuse e camminata caracollante. si va verso dove siamo partiti ma io non sono più lo stesso di prima. questa storia mi ha cambiato.
qualunque cosa succeda nessuno mi potrà mai togliere questo ricordo e questi momenti. le emozioni sono questo: nessuno le può vedere e quindi nessuno te le può togliere. le puoi solo vivere (e rivivere) dentro di te.
ancora oggi (che sono passati anni) quando penso al momento in cui ho tagliato il traguardo ho i brividi. ma credo che questa sensazione non passerà mai: ogni volta la sentirò dentro di me e ne godrò.
la maratona è domata. ce l’ho fatta! durante tutto il percorso ne ho avuto rispetto e timore. allo stesso tempo lei è stata con me cruda ma leale. non mi ha risparmiato niente, non mi ha favorito, non mi ha regalato niente. ma all’arrivo, quando era chiaro che ne ero degno, mi ha restituito tutto con gli interessi. ho guadagnato il suo rispetto.
in fondo “la corsa è solo il mezzo e non il fine”.
e pensare che insieme a noi, probabilmente, c’erano persone che erano lì per correre.
samuele maneschi
@samuki
samuki@icloud.com
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