Intervista con Orlando Pizzolato: un uomo, un corridore, due volte vincitore a New York

Correva l’anno 1970, era il 13 settembre e alla linea di partenza della prima Maratona di New York si presentavano 127 runners. Solo 55 di loro oltrepassarono il traguardo. Oggi, alle porte della 46^ edizione, i partecipanti superano la soglia delle 50.000 presenze, suddivise tra professionisti e amatori. I numeri sono cresciuti in modo esponenziale, fino a rendere l’evento della Grande Mela la Maratona per eccellenza, sogno ambito da tutti i podisti. Tra di loro quest’anno ci sarà anche l’AC Milan Running Team che porterà a New York il messaggio “I Run for Fondazione Milan” per dare la possibilità, anche oltre oceano, di sostenere i progetti della onlus rossonera.

Abbiamo fatto una chiacchierata con un runner che sa bene di cosa si parla: Orlando Pizzolato, corridore da una vita e vincitore delle edizioni newyorkesi del 1984 e 1985.

Partiamo subito con un argomento caldo. Cosa differenzia New York da tutte le altre maratone?
“La Maratona di New York è un vero evento di massa, capace di catalizzare la presenza di tantissimi corridori. Esserci è un must. Gli americani sono stati così bravi da trasformare un evento sportivo, in qualcosa che potesse coinvolgere l’intera città. Tutti vivono per la Maratona.”

Sappiamo bene che lungo il percorso, il supporto del pubblico gioca un ruolo importante. Tu come hai vissuto questa componente?
“Molto bene. Ai tempi c’erano meno partecipanti, circa la metà rispetto agli iscritti delle più recenti edizioni, ma gli spettatori rivestono una carica notevole in qualsiasi competizione. La folla in questione si compone di circa 2 milioni di persone. La loro non è una semplice presenza; con un applauso, un coro o una battuta di mano sostengono ogni singolo atleta. La sensazione è quella di essere parte di un’onda, capace di invadere la città. Le persone ti supportano nei momenti di difficoltà, perché inevitabilmente ci sono, e ti spingono quando le cose vanno al meglio.”

Negli anni delle vittorie, hai partecipato a questa “grande onda” in prima linea. Sei tornato anche come corridore amatoriale?
“Si, due volte. I risultati sono stati differenti: uno positivo e uno negativo. Una volta infatti, eccessivamente vincolato all’enfasi agonistica, ho spinto troppo e ho vissuto quel giorno carico di tensioni. Quello è stato l’anno in cui non sono riuscito a completare la Maratona. Se si partecipa senza alcuna velleità agonistica, il mio consiglio è quello di vivere l’evento da amatore “puro”, attento al cronometro sì ma con molta meno tensione. Vista in quest’ottica la competizione diventa un’esperienza unica. Dal ponte di Verrazano fino a Central Park, tutto diventa esaltante.”

C’è un punto della città che, come amatore, ti ha colpito in modo particolare?
“Dovremmo essere sempre abbastanza bravi da distaccarci un po’ dal contesto agonistico e dal cronometro, per osservare il contorno. Dal Queensbridge, fino ad arrivare ai grattacieli di Manhattan, il pubblico è il dettaglio migliore. Molti partecipanti scrivono il proprio nome sulla maglietta e questo è uno stratagemma importante perché senti la folla che ti acclama, urla il tuo nome e tu, che ti senti un perfetto sconosciuto, ricevi energia da questo contributo. Per un amatore è una benzina in più. Il top runner sa di essere un personaggio. L’amatore ha bisogno di sentire questo coinvolgimento.”

Passiamo alla parte consigli. Per chi corre magari la prima Maratona e chi vuole migliorarsi.
“Partecipare all’evento nella Città che non dorma mai è come sentirsi immerso in una bolla, dove tutto viene amplificato. L’importante è riuscire a disciplinare tutte le emozioni, perché l’incitamento della folla ti spinge ad andare, ma la gara è molto lunga ed è quindi opportuno dosare l’energia e calibrarla in base alla parte di percorso che si sta affrontando. L’incremento del ritmo deve avvenire a Manhattan e non prima. Le persone ti danno quell’aumento di adrenalina che può essere una trappola se ti prende all’inizio della corsa. È necessario quindi riflettere bene, moderare lo sforzo e non pensare che il pubblico aiuti quando si è stanchi; può incoraggiare, ma in quei momenti devi contare unicamente sulle tue energie, quelle che hai risparmiato dosando l’entusiasmo e dimostrando la giusta pazienza. Il punto chiave dove si capisce se si è esagerato e dove è bene non arrivare al limite è Queensborough Bridge al 25esimo chilometro. Si tratta di una salita di circa 800 metri, alla quale si arriva con le gambe già stanche per la strada percorsa. È bene arrivare a questo punto con l’economizzatore non troppo in basso, perché poi arriva First Avenue, lunga 6 chilometri con numerose ondulazioni che tagliano le gambe. La vera Maratona, la concentrazione e lo sforzo iniziano dopo il 25esimo chilometro.”

È quindi una questione anche mentale. Confermi?
“Molto mentale, perché fino a li si è portati dal pubblico. Quando poi ci si allontana da Manhattan e ci si dirige verso il Bronx, ci si allontana anche dal traguardo e si ha la sensazione di fare sempre più chilometri e di essere sempre più lontani dall’obiettivo. Questo perché nel Bronx si gira ad anello e si torna indietro.”

Passiamo ora alla parte più tecnica e affrontiamo lo stile della corsa. Correre solamente non basta?
“Lo stile è la parte estetica della disciplina, quello che conta davvero è l’efficienza della corsa. Questo vuol dire, produrre lavoro spendendo poco. Per raggiungere questo obiettivo è bene non impegnarsi solo in corse lunghe, perché lo sforzo protratto impoverisce la muscolatura. Consiglio di variare il ritmo e alternare corsa lenta e veloce ad ogni cambio di chilometro. Inoltre è importante integrare la corsa con ginnastica di potenziamento. Il percorso della Maratona, oltre che lungo è impegnativo per il dislivello. Chi parte deve infatti pensare che il traguardo è sì Central Park, ma che per raggiungerlo deve affrontare dislivelli che sommati sfiorano l’altezza dell’Empire State Building.”

Abbigliamento e calzature. Considerando le temperature di New York, cosa consigli?
“Essendo la prima settimana di novembre, potrebbe sì essere una splendida giornata di sole, la così detta estate indiana, ma le temperature potrebbero anche avvicinarsi allo zero. L’abbigliamento deve quindi tendere a coprire la parte superiore del corpo, lasciando libere le gambe. È bene portare in vita una maglietta leggera a maniche lunghe o indossare dei manicotti, perché ci sono punti molto ventosi, soprattutto in prossimità dei ponti. Le scarpe devono ovviamente essere comode e consiglio che siano testate anticipatamente per almeno 5-10 sedute di allenamento. Inoltre bisogna ricordarsi di portare abbigliamento caldo per la partenza. L’attesa è di almeno due ore e partire con i muscoli freddi può compromettere dal principio l’esito della giornata. A tal proposito ricordo che c’è un’associazione benefica che raccoglie tutti gli indumenti lasciati dai podisti prima dell’inizio della gara. Vengono devoluti a homeless e bisognosi. In questo modo il risvolto della medaglia è doppiamente positivo.”

ACMilan.com

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